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  • Prisca

Alla ricerca dell’immortalità, ovvero, quando l’amore è solo un pretesto

Aggiornato il: gen 20

L’articolo di oggi parla di mare e di favole, di donne coraggiose, di forza, di esempi, di sogni, di aspettative e ambizioni.


Oggi voglio parlare di una principessa che ho amato fin da piccola, una principessa in gamba, una di quelle che si salva da sola e non aspetta il principe che la svegli dal suo lungo sonno o la liberi dalla torre, una principessa che non solo salva se stessa, ma salva anche il principe, due volte.


Perché, diciamolo, le principesse stereotipate non mi sono mai piaciute.


Tristi, sole, rinchiuse, vittime… aspettano.


Ho sempre preferito un’immagine di donna guerriera, una cavallerizza impavida che va e si prende quello che le spetta. Anche perché, quando è un altro a liberarti dalla schiavitù, quest’ultimo necessariamente diventa il tuo nuovo despota. E allora, tanto vale che l’altro sia te stesso: unica vera via d’uscita.


Bene, parliamo della sirenetta.


Ovviamente l’ho sempre conosciuta e amata nella versione Disney della favola, vista milioni di volte, anche in un solo giorno a rotazione, ricordo quando vidi il film per la prima volta al cinema, la scena che mi più mi colpì: lei che canta sullo scoglio e le onde del mare che si infrangono sullo sfondo. Credo che di tutte le favole Disney quello che più attirasse la mia attenzione o mi facesse sentire più vicina a lei, Ariel, la protagonista, fosse l’importanza della musica. Perché la sirenetta canta ed è con la sua voce che incanta il principe. Adesso, da persona adulta, ho ripensato a tanti altri aspetti della storia, ho riletto la favola in versione originale (ovviamente per lo più simile alla versione che tutti conosciamo con qualche piccola nota tragica in più) e vedo moltissime altre cose in questo personaggio, in questa storia, in questa principessa, che mi piacciono.


Partiamo dal presupposto che le favole sono importantissime, che il racconto in generale lo è, per le persone, per la formazione dell’individuo, per la nostra psiche. Abbiamo bisogno di storie. Abbiamo bisogno di eroi.


Diciamo anche che per il genere femminile, a volte, trovare l’eroina che ci piace, a cui ispirarsi, non è facile. Ce ne sono poche di regine belle e forti. Lo sappiamo. Credo di potermi e potervi anche risparmiare la digressione femminista. Lo sappiamo già.


E allora quando trovi quella che fa per te, te la tieni stretta, e ci scrivi pure sopra.


Ariel (in realtà questo nome esiste solo nella favola Disney, nell’originale lei è semplicemente la sirenetta) è ambiziosa. Si annoia in fondo al mare. È curiosa, si scoccia a stare lì a fare nulla. Già da prima, ma molto prima di incontrare il principe, coltiva una curiosità spasmodica verso il mondo al di fuori del mare. Ariel vuole essere migliore. È convinta che gli umani lo siano, e lei vuole diventare come loro. Sa che fuori ci sono delle cose da sperimentare, come ad esempio l’olfatto, o che la sensazione del tatto è diversa… Ariel, vuole essere viva più di quanto non lo sia già.


In un’ottica più spirituale, vuole elevarsi.


Non a caso nella favola di Andersen (così si chiama l’autore) gli umani hanno un’anima immortale, mentre le sirene no.


L’allegoria, al di là di questo, è chiara. Lei è negli abissi del mare, mentre gli umani vivono sulla terra, sotto la luce del sole.


Perciò Ariel vuole diventare un’umana. Sa di avere già tutto, ma lei vuole essere di più.


E ripeto, tutto questo molto prima dell’incontro col principe.


Ariel non si sacrifica per il principe, a dirla tutta, non si sacrifica affatto: intraprende un percorso di trasformazione che la porterà ad altri livelli esistenziali, e questa è la sua storia.

Come spesso accade, e accade precisamente così nella vita di tutti i giorni per tutti noi, è l’amore a darle quella spinta in più, a fornirle l’incosciente follia e coraggio di oltrepassare il limite.


Io ho sempre pensato questo: che l’amore romantico di per sé viene molto, troppo sopravvalutato, e che è potentissimo e decisamente reale solo quando diventa un pretesto. L’amore è un pretesto per diventare ciò che vogliamo essere, per sconfiggere le paure. Diventa tutto più facile quando siamo innamorati. Chissà perché quella cosa che volevamo fare da anni, troviamo la forza di farla soltanto quando è nel sangue quella specie di fattanza strana data dalla sensazione che l’amore regala. Ma l’amore siamo noi, è il puro e semplice coraggio di essere noi stessi, che si manifesta più facilmente con lo specchio dell’altro al nostro fianco, o anche solo con il desiderio di averlo. Quando scatta quella cosa lì, vuol dire che siamo pronti a crescere, o che siamo cresciuti, di certo, sarebbe riduttivo dire solamente che ci siamo innamorati.


Perché non ci si innamora a caso, ci si innamora sempre per un motivo esatto (che ovviamente non saprai mai).


Ora, la nostra Ariel è fortemente attratta dal mondo degli umani ed è solo quando incontra, si innamora, e salva il principe, che trova il coraggio di muoversi verso quel mondo.


Sì, lo salva (salvataggio numero uno) da un nubifragio, lo riporta a riva sano e salvo e lui si innamora di lei, come lei di lui, ma è stordito e poi faticherà a riconoscerla.


A questo punto c’è un altro passaggio importante legato alla favola e al personaggio di Ariel, e cioè che per potersi trasformare in un’umana fornita di gambe lei si rivolge alla strega cattiva.


Perché ovviamente quello che lei sta facendo è del tutto sacrilego.


Tradire il suo mondo per volgersi altrove.


Nessuno la approva.


Per fortuna c’è la strega.


Grazie alle streghe.


Grazie, grazie, grazie a tutte quelle persone che concedono e permettono al proibito di esistere.


Vorrei approfittare di questo articolo (che si sta anche rivelando più lungo di quanto non pensassi) per ringraziare tutte le forze del male. Oh, meno male che ci state pure voi, perché sennò, chissà che fine avremmo fatto. I cattivi servono, e ci si deve alleare ogni tanto con i cattivi, per fare quello che vogliamo fare, che sicuramente è nobile, ma per qualche strana ragione, a volte, vietato.


E sì, i cattivi sono cattivi. Accettiamoli per quello che sono.


Perciò Ariel, giustamente, si rivolge alla strega del male che, a sua volta giustamente, essendo cattiva, le chiede ciò che lei ha di più prezioso in cambio: la sua voce.


Che poesia questa cosa della voce.


Lei deve conquistare il principe senza poter comunicare con le parole, e soprattutto, senza lo strumento di seduzione più potente per una sirena. Non può ammaliarlo, non può manipolarlo, non può fare nulla. Fondamentalmente lei sta là, e lui si deve innamorare. Ditemi se non è amore questo. Ve lo dico io: lo è.


Lei accetta, e va.


Ora, nella favola originale le cose sono un pochino più drammatiche rispetto alla storia Disney, perché nell’originale per Ariel avere le gambe implica un’enorme sofferenza. A ogni passo le fanno male, anche il processo di trasformazione da sirena a umana è estremamente doloroso. Devo ammettere che anche questo è profondamente vero, purtroppo. Le trasformazioni sono dolorose. Almeno sulla base della mia esperienza, non c’è modo di passare da una sfera esistenziale all’altra senza soffrire. Pensateci bene, crescere è doloroso. Per tutti. Se avete idea che non sia così, vi prego di portatemene testimonianza, ne sarei anche lieta e vagamente alleggerita.


Perciò Ariel ha le gambe, si fa trovare dal principe che non la riconosce ma la apprezza tantissimo e la tiene al suo fianco, mentre lei soffre, soffre ogni giorno, in silenzio.


Nella favola Disney lui si innamora di lei e, dopo alcune peripezie, fine della storia. Ma nella favola originale, il finale è ancora più succoso e denso di significato, benché drammatico.


Il principe si innamora di un’altra e se la sposa.


E anche questo è un punto cruciale, importantissimo.


Lui decide di sposare e un’altra e lei, che fa?


Niente.


Sì, avete capito bene: niente.


Per fortuna e meno male che allora qualcuno nel mondo c’è stato che ha capito questa cosa, e che l’ha messa nero su bianco in una favola.


Quando abbiamo cominciato e pensare che le persone debbano essere in qualche modo “conquistate”? Ditemi, quand’è iniziata questa cosa?


E soprattutto, qui mi rivolgo principalmente alle donne, quand’è stato che abbiamo cominciato a pensare di sapere meglio di chiunque altro che cosa sia giusto o sbagliato per l’altro? Da quando i sacrifici fatti per il prossimo, più o meno significativi, hanno iniziato a costituire una specie di debito che quest’ultimo deve in qualche modo risarcire a noi? Questo contratto chi l’ha firmato? E da quando abbiamo cominciato a credere che gli uomini non sappiano scegliere la propria compagna?


Vi dirò una cosa: gli uomini scelgono. Non importa se bene o male, lo fanno. Se lo fanno anche e soprattutto inconsciamente sulla base delle proprie debolezze, dipendenze o fragilità, va bene. Chi ti ha mai conferito il diritto di liberare qualcuno dalle proprie fragilità o dipendenze? Lasciateli stare questi uomini che scelgono, a vostro parere, la compagna sbagliata, quella che, sempre a vostro parere, non lo sa amare nel modo giusto e che, sempre secondo voi, non lo valorizza, e che, senza ombra di dubbio secondo voi, non è neanche lontanamente bella/intelligente/buona/generosa/sensuale/interessante/chippiùnehapiùnemetta quanto voi.


Lasciateli stare.


Ariel l’ha fatto, e sapete perché?


Perché l’amore è un pretesto. Niente più.


Va e viene, spinge, muove, svanisce, di certo non pretende.


Perciò Ariel accetta il matrimonio del principe con un’altra, ovviamente ne soffre, ma non fa nulla per impedirlo.


Sta per morire, perché il patto con la strega prevedeva che lui si innamorasse di lei, pena la morte, finché non appaiono i suoi amici del mare a salvarla, le sorelle e il Re Tritone, dicendo che hanno patteggiato con la strega che se lei avesse accoltellato il principe, si sarebbe salvata, sarebbe tornata ad essere una sirena come prima. Non avrebbe ottenuto l’anima immortale degli umani, ovviamente, ma avrebbe potuto continuare a vivere come sirenetta fino alla fine dei suoi giorni.


Lei si avvicina a lui, che dorme al fianco della sua nuova sposa, lo guarda e decide di risparmiarlo (salvataggio numero due).


Ed è così che la sirenetta, grazie al suo gesto, diventa una figlia dell’aria:


«Le sirene non hanno un'anima immortale e non possono ottenerla se non conquistando l'amore di un uomo! La loro esistenza immortale dipende da una forza estranea. Anche le figlie dell'aria non hanno un'anima immortale, ma possono conquistarne una da sole, tramite le buone azioni. Noi andiamo verso i paesi caldi; dove l'aria calda e pestilenziale uccide gli uomini, noi portiamo il fresco. Spandiamo il profumo dei fiori nell'aria e portiamo ristoro e guarigione. Se per trecento anni interi continuiamo a fare tutto il bene che possiamo, otteniamo un'anima immortale e possiamo partecipare all'eterna felicità degli uomini. Tu, povera sirenetta, lo hai desiderato con tutto il cuore; anche tu, come noi, hai sofferto e sopportato, e sei arrivata al mondo delle creature dell'aria: ora puoi compiere delle buone azioni e conquistarti un'anima immortale fra trecento anni!»


Che bel finale femminista!


La mia anima immortale di certo non dipende dall’amore di un uomo.

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